Negli ultimi giorni si è tornati a parlare del taglio IRPEF previsto dalla manovra economica 2026. Alcuni commentatori hanno parlato di una misura “sbilanciata a favore dei più ricchi”. In realtà, i numeri raccontano una storia più sfumata: sì, il beneficio si concentra soprattutto sui redditi alti, ma la portata economica complessiva è piuttosto limitata.

Tre miliardi “poca roba” nel bilancio, ma non nel segnale politico

La riduzione della seconda aliquota IRPEF, dal 35% al 33% per i redditi compresi tra 28.000 e 50.000 euro, costa alle casse dello Stato circa 3 miliardi di euro all’anno. A dirlo non è l’opposizione, ma la Banca d’Italia, nella sua audizione del 6 novembre 2025 in Parlamento. Una cifra non enorme, se si considera che il bilancio pubblico supera gli 1.200 miliardi. Ma il problema, spiegano gli esperti, non è quanto si spende: è chi ne beneficia.

Secondo i dati diffusi da Istat e Ufficio Parlamentare di Bilancio (UPB), oltre l’85% delle risorse generate dal taglio dell’aliquota finisce nelle tasche dei redditi medio-alti. Il motivo è semplice: l’intervento riguarda una fascia di reddito che parte da 28.000 euro — quindi già oltre la soglia dei lavoratori a basso reddito — e si estende fino a 50.000.

In valore assoluto, il vantaggio per i contribuenti più ricchi è maggiore, perché hanno più “base imponibile” su cui applicare l’aliquota ridotta.

Chi guadagna e quanto: numeri modesti, ma diseguali

L’UPB ha quantificato gli effetti medi per categoria professionale:

  • Dirigenti: +408 euro all’anno
  • Impiegati: +123 euro
  • Autonomi: +124 euro
  • Pensionati: +55 euro
  • Operai: appena +23 euro all’anno

In altre parole, un operaio vedrà in busta paga meno di due euro al mese in più, mentre un dirigente ne avrà oltre trenta. Numeri che, presi singolarmente, non cambiano la vita a nessuno, ma mostrano bene dove si concentra il beneficio.

L’Istat aggiunge che la misura coinvolgerà circa 14 milioni di contribuenti e porterà un beneficio medio di 230 euro a testa. Ma la distribuzione è fortemente diseguale: il 90% delle famiglie più ricche riceverà il taglio, contro il 39% di quelle del ceto medio.

Le aliquote si applicano solo alla parte del reddito che rientra in ciascun scaglione. Proprio per questo motivo, queste aliquote sono chiamate “aliquote marginali legali”: sono aliquote che si applicano solo alla parte di reddito che supera una determinata soglia, ossia al margine superiore di ciascuno scaglione. Riprendendo l’esempio di un reddito di 40 mila euro: si paga il 23 per cento di IRPEF sulla parte di reddito fino a 28 mila euro, e il 35 per cento sui restanti 12 mila euro.

Estendere la platea fino a 200mila euro: l’errore di fondo

La vera criticità, come sottolineano Corte dei Conti e Banca d’Italia, è l’eccessiva estensione della platea dei beneficiari, che arriva a includere contribuenti con redditi fino a 200.000 euro.
Per queste fasce di reddito la manovra prevede una “sterilizzazione” delle detrazioni, ma, come notano gli analisti, in pratica il vantaggio rimane consistente tra i 50.000 e i 200.000 euro, cioè ben oltre il “ceto medio” cui la misura era idealmente destinata.

Un impatto minimo sui consumi

C’è poi il tema dell’efficacia economica. La Banca d’Italia ha ricordato che i tagli d’imposta concentrati sui redditi alti hanno un effetto limitato sulla domanda interna, perché chi ha un reddito elevato tende a risparmiare di più.
Al contrario, trasferimenti o detrazioni mirate ai redditi medio-bassi avrebbero un effetto moltiplicatore più forte sui consumi e quindi sulla crescita.

Il costo opportunità: tre miliardi spesi male

Tre miliardi non sono pochi se si guarda a come potrebbero essere impiegati diversamente. Con la stessa cifra, il governo potrebbe:

  • aumentare le detrazioni per lavoro dipendente fino a 35.000 euro, concentrando il beneficio sul ceto medio-basso;
  • introdurre un credito d’imposta “EITC” per chi lavora con redditi bassi, come avviene negli Stati Uniti;
  • rafforzare gli assegni familiari o il taglio del cuneo contributivo, che avrebbe un effetto più redistributivo e più efficace sulla domanda.

Conclusione: una misura piccola, ma politicamente significativa

In definitiva, non si può dire che il taglio IRPEF sia un “regalo miliardario ai ricchi”: il valore complessivo è modesto. Ma definirlo equilibrato è altrettanto fuorviante.
La manovra produce benefici minimi per la maggioranza dei lavoratori e concentra la gran parte delle risorse sui redditi alti.
È una scelta politica legittima, ma poco coerente con l’obiettivo dichiarato di “aiutare il ceto medio”.

Come ha osservato Bankitalia in audizione, “l’effetto redistributivo del provvedimento è limitato e concentrato nelle fasce di reddito più alte”.
In altre parole: poca roba, sì. Ma anche poca equità.