Dopo anni di immobilismo contrattuale, qualcosa finalmente si muove nel settore dell’istruzione e non solo. Il rinnovo dei contratti per il personale docente e ATA, atteso da tempo, è tornato sul tavolo. Tuttavia, non senza polemiche. La CGIL ha scelto di non firmare l’intesa, giudicando le risorse stanziate insufficienti e inadeguate a colmare un divario salariale che si è accumulato nel corso di anni di mancati adeguamenti.


Una ripartenza dopo anni di stallo

Il blocco dei rinnovi contrattuali nel comparto scuola è stato uno dei più lunghi e gravosi del pubblico impiego. Per oltre un decennio, le retribuzioni del personale docente e ATA sono rimaste sostanzialmente ferme, nonostante l’aumento del costo della vita e l’inflazione crescente che, secondo dati ISTAT, tra il 2010 e il 2023 ha eroso oltre il 20% del potere d’acquisto dei salari.

Solo negli ultimi mesi il governo ha riaperto i tavoli di contrattazione, ma le cifre messe a disposizione — pur rappresentando un passo in avanti — risultano modeste rispetto alle reali necessità. Gli aumenti medi a regime si attestano infatti su poche decine di euro, una cifra che molti lavoratori giudicano simbolica più che sostanziale.


Le ragioni della CGIL

La Federazione Lavoratori della Conoscenza (FLC CGIL) ha motivato la mancata firma del contratto sottolineando che «non si può parlare di rinnovo vero e proprio quando gli incrementi salariali non compensano nemmeno l’inflazione degli ultimi due anni».
Secondo le analisi del sindacato, un docente italiano guadagna in media oltre 400 euro netti al mese in meno rispetto alla media europea, mentre per il personale ATA la forbice supera in alcuni casi il 30% rispetto a figure equivalenti negli altri Paesi dell’Unione.


Un problema di priorità

La “verità nella verità” è che il nodo centrale non è solo la scarsità di fondi, ma la gerarchia delle priorità politiche. Se negli anni scorsi risorse significative sono state destinate a misure come il Superbonus 110%, oggi appare evidente che il tema dei salari pubblici — e in particolare di quelli della scuola — avrebbe dovuto essere al centro dell’agenda economica nazionale.

Come osservano diversi esperti di finanza pubblica, la spesa per l’istruzione in Italia rimane tra le più basse d’Europa: solo il 4% del PIL, contro una media UE del 4,8% (fonte: Eurostat 2024). Una differenza che pesa sulle condizioni dei lavoratori, sulla qualità del servizio e sulla capacità del sistema educativo di attrarre nuove professionalità.


La necessità di una contrattazione continua

Il rinnovo attuale, pur con tutte le sue lacune, rappresenta un segnale: la macchina contrattuale si è finalmente rimessa in moto. Ma la vera sfida sarà non fermarsi. È necessario che la contrattazione collettiva prosegua senza interruzioni, non solo per recuperare il terreno perduto, ma per ridare dignità economica e professionale a chi lavora nella scuola.

Bloccare nuovamente il dialogo significherebbe cristallizzare un sistema già fragile, dove stipendi bassi e carichi di lavoro elevati alimentano un diffuso senso di disillusione. L’obiettivo deve essere un piano strutturale di valorizzazione del personale, che preveda risorse certe, percorsi di carriera e investimenti nel capitale umano.


Una questione di responsabilità

La discussione sui contratti dei docenti e ATA non è solo una vertenza sindacale: è una questione di responsabilità collettiva. Le risorse pubbliche vanno spese con giudizio, orientandole verso ciò che genera valore duraturo.
Investire in scuola, formazione e salari non è un costo, ma un investimento sul futuro del Paese. Continuare a rimandare, o destinare miliardi a interventi di breve respiro, significa perpetuare un modello di spesa che premia l’emergenza invece della programmazione.

Oggi più che mai, servono scelte coraggiose: ammettere che i salari italiani sono bassi, che le risorse sono poche e che ogni euro pubblico deve essere impiegato con responsabilità e visione. Solo così si potrà dire di aver imparato la lezione di questi anni di immobilismo.


Commento politico: tra consapevolezza e mancanza di coraggio

Sul piano politico, il rinnovo dei contratti del comparto scuola si è trasformato in un banco di prova per l’attuale governo. Da un lato si rivendica lo sblocco di una trattativa ferma da troppo tempo; dall’altro si deve prendere atto che le risorse stanziate non bastano a dare un segnale concreto a chi ogni giorno tiene in piedi il sistema educativo del Paese.

La mancata firma della CGIL è il sintomo di una frattura più profonda: quella tra la retorica dell’investimento nella scuola e la realtà dei bilanci pubblici. Gli altri sindacati, pur scegliendo la via della sottoscrizione, hanno anch’essi espresso forti perplessità sulla tenuta economica di questo rinnovo.

Il rischio, oggi, è che il governo consideri “chiusa la partita” con la firma di un contratto che invece rappresenta solo un punto di partenza, non un traguardo.
Se la politica non avrà il coraggio di fare della scuola una vera priorità — e non una voce residuale di spesa — il divario tra promesse e realtà continuerà ad allargarsi, lasciando docenti e ATA e migliaia di lavoratori ancora una volta a difendere con fatica la dignità del proprio lavoro.

Serve un sindacato che manifesti di più per il lavoro e meno per le parole d’ordine

C’è un momento, nella storia dei rapporti tra Stato, lavoratori e rappresentanze sindacali, in cui bisogna avere il coraggio di dire le cose come stanno: il sindacato italiano ha smarrito la sua missione originaria.
Nato per difendere il lavoro, oggi appare più impegnato a difendere sé stesso, i propri equilibri interni, le proprie sigle, i propri tavoli negoziali. È un sindacato che parla molto, che convoca conferenze stampa, che produce comunicati pieni di termini tecnici e formule rituali, ma che manifesta sempre meno per il lavoro vero.

Il coraggio che manca

Difendere il lavoro oggi significa chiedere non solo “più soldi” in busta paga, ma pretendere che il lavoro torni al centro delle politiche pubbliche, che la spesa venga orientata non verso bonus e incentivi temporanei, ma verso occupazione stabile, welfare e sicurezza.
Un sindacato moderno dovrebbe essere il primo a dire basta agli sprechi, non il primo a chiedere nuovi fondi da redistribuire.

La verità è che serve un sindacato che torni scomodo, non compiacente.
Che manifesti meno per le parole d’ordine e di più per il lavoro, quello vero, fatto di contratti dignitosi, sicurezza, futuro.
Perché i lavoratori chiedono non solo più aumenti: chiedono rispetto, stabilità e visione.
E queste, purtroppo, non si conquistano solo con comunicati stampa, ma con una visione più ampia che metta al centro il lavoro quello vero.