In Basilicata l’automotive non è solo un settore industriale: è un pezzo di vita quotidiana. Migliaia di famiglie dipendono dallo stabilimento di Melfi e dalle aziende dell’indotto, cioè quelle imprese che lavorano per la fabbrica (componenti, logistica, servizi, manutenzione). Quando Stellantis rallenta, rallenta tutta la regione: salari più bassi, meno ore lavorate, aziende in difficoltà, giovani che se ne vanno.

Per questo la crisi di Stellantis non può essere trattata come una “fase passeggera”. Va affrontata con un’idea semplice: proteggere subito le persone e, allo stesso tempo, ridurre la dipendenza della Basilicata da una sola fabbrica.

Un piano credibile deve mettere insieme tre livelli: emergenza, rilancio industriale e diversificazione economica.


1) Il punto di partenza: cosa sta succedendo davvero

Negli ultimi anni l’auto è cambiata più velocemente del previsto. La transizione verso l’elettrico, i costi delle nuove tecnologie, la concorrenza internazionale e una domanda europea più incerta hanno creato instabilità. Le aziende reagiscono in modo prevedibile: riducono turni, rivedono i piani, tagliano costi, rimandano investimenti o li spostano.

In un territorio come la Basilicata questo pesa più che altrove, perché l’economia industriale è concentrata. Se la fabbrica produce meno, l’indotto soffre subito: ordini che calano, pagamenti che si allungano, cassa integrazione, rischio chiusure.

La Regione, in questa situazione, non può limitarsi a “chiedere rassicurazioni”. Deve agire come fa una comunità quando vede arrivare una crisi: organizza una risposta, prende decisioni rapide e si dota di obiettivi misurabili.


2) Prima regola: difendere reddito e competenze, non solo il posto

La priorità immediata non è solo “evitare licenziamenti”, ma evitare che le persone perdano competenze, motivazione e prospettive.

Quando il lavoro rallenta, gli ammortizzatori sociali (come la cassa integrazione) servono a non far precipitare le famiglie. Ma usarli in modo passivo, per mesi o anni, è pericoloso: si perde professionalità e si aumenta la rassegnazione.

La Regione dovrebbe legare la gestione della crisi a un patto chiaro:

  • se c’è cassa integrazione, ci deve essere anche formazione vera, certificata e utile;
  • non corsi generici, ma competenze che servono oggi nell’industria: alta tensione, sicurezza su impianti elettrici, automazione, robotica, manutenzione avanzata, qualità, logistica digitale.

Questo trasforma un periodo di difficoltà in un investimento: il lavoratore non “resta fermo”, ma diventa più spendibile. E le aziende dell’indotto, quando ripartono, trovano personale pronto.


3) Seconda regola: Stellantis deve dire la verità industriale (e metterla su carta)

Il nodo più delicato è che spesso i territori vivono di comunicati e di “promesse”, ma la fabbrica vive di numeri. Un rilancio reale ha bisogno di chiarezza su quattro cose:

  1. quali modelli saranno prodotti a Melfi
  2. quanti volumi sono previsti (mese per mese o trimestre per trimestre)
  3. quali reparti cresceranno e quali caleranno
  4. quali competenze serviranno nei prossimi 2–3 anni

La Regione dovrebbe pretendere un cronoprogramma industriale aggiornato e verificabile. Non è una questione di polemica: è semplice gestione. Se devi programmare corsi di formazione, infrastrutture, trasporti e servizi, hai bisogno di dati.

E poi serve una regola di buon senso: se Stellantis chiede o riceve supporto pubblico, deve dare in cambio impegni misurabili (non slogan). Per esempio:

  • livelli minimi di occupazione diretta;
  • obiettivi di coinvolgimento dell’indotto locale;
  • investimenti su centri di competenza e formazione;
  • tempi e passaggi chiari per l’avvio dei nuovi modelli.

Un territorio non può essere “in attesa” ogni anno.


4) Terza regola: salvare l’indotto, perché è lì che si rompe tutto

Quando si parla di Stellantis, spesso si guarda solo allo stabilimento. Ma la vera fragilità sta nelle aziende intorno: molte sono più piccole, hanno meno margine finanziario, dipendono da pochi clienti e rischiano di chiudere anche per un rallentamento temporaneo.

Qui la Regione può fare molto, con un approccio pratico:

  • una mappatura azienda per azienda (chi rischia, chi può riconvertirsi, chi ha bisogno di liquidità);
  • strumenti di supporto mirato: garanzie, bandi veloci, fondi per innovazione e riconversione;
  • accompagnamento tecnico: aiutare le imprese a trovare nuovi clienti o nuovi prodotti.

L’obiettivo non è “salvare tutto a qualunque costo”, ma evitare fallimenti inutili e conservare un patrimonio di competenze industriali che, una volta perso, non torna.


5) Il passaggio decisivo: non dipendere più da una sola fabbrica

Qui sta la vera strategia. Anche se Stellantis riparte, la Basilicata non può più avere un’economia appesa a un solo filo. Il territorio deve diventare capace di attrarre e far crescere altre filiere industriali compatibili con le competenze già presenti.

Tre direzioni sono realistiche e coerenti:

a) Energia, elettrico e sistemi di accumulo

La transizione energetica non riguarda solo le auto. Servono componenti, quadri elettrici, sistemi di accumulo, power electronics, manutenzione e servizi industriali. Molte competenze dell’automotive sono trasferibili.

b) Meccatronica e automazione industriale

Robotica, linee automatiche, manutenzione predittiva, sensori, macchine per packaging e produzione: sono settori in crescita, spesso vicini al know-how dell’auto.

c) Economia circolare della mobilità

Recupero materiali, rigenerazione, seconde vite per batterie e componenti: può diventare un pezzo concreto di nuova industria, se supportato con impianti e normative chiare.

In pratica: non si tratta di “abbandonare l’auto”, ma di costruire attorno ad essa un sistema industriale più ampio, che regga anche quando l’auto va male.


6) Cosa dovrebbe fare la Regione, concretamente, nei primi 100 giorni

Un piano credibile non vive di idee generali: vive di primi passi.

Nei primi 100 giorni la Regione dovrebbe:

  • creare una cabina di regia permanente con MIMIT, Stellantis, sindacati e indotto;
  • avviare la mappatura dell’indotto e individuare le aziende a rischio;
  • attivare un programma regionale di formazione legato agli ammortizzatori;
  • preparare un “pacchetto attrazione investimenti” per nuove filiere (energia, automazione, circolare);
  • fissare KPI pubblici: occupazione, ore di cassa, aziende dell’indotto in crisi, nuove iniziative attivate.

Trasparenza e tempi certi danno fiducia più di mille conferenze stampa.


7) La comunicazione: dire la verità senza creare panico

C’è un ultimo punto spesso sottovalutato: come si parla con i cittadini.

Negare la crisi crea rabbia. Drammatizzare crea paura. La strada utile è un’altra: dire la verità, spiegare il piano, mostrare risultati misurabili.

Il messaggio dovrebbe essere questo:

  • “Non lasciamo solo nessuno” (protezione sociale)
  • “Non resteremo fermi” (formazione e competenze)
  • “Non dipenderemo solo da una fabbrica” (nuove filiere)
  • “Vi diremo ogni mese come sta andando” (trasparenza)

Conclusione: l’obiettivo non è tornare indietro, ma andare avanti

La domanda non è “tornerà come prima?”. Probabilmente no.
La domanda giusta è: la Basilicata vuole essere un territorio che subisce le crisi o che le governa?

Affrontare la crisi Stellantis significa fare due cose insieme:

  1. tenere in piedi famiglie, redditi e imprese nel breve periodo;
  2. cambiare struttura economica nel medio periodo, portando nuove filiere e rendendo Melfi un hub industriale più moderno.

È una sfida difficile, ma anche un’occasione: se la crisi costringe a muoversi, allora può diventare il momento in cui la Basilicata smette di dipendere da un solo destino e costruisce il proprio.